Serata dedicata ai grandi fotografi: Alfred Stieglitz
Alfred Stiglitz - 11 febbraio 2016, ore 21.00
Brescia, SpazioAref, Piazza della Loggia, 11/f
Paola Riccardi ci accompagnerà nella serata dedicata al fotografo Alfred Stiglitz


Alfred Stieglitz è autore chiave nella storia della fotografia. Intellettuale a tutto tondo, oltre che artista e fotografo è editore, gallerista, teorico e critico. Al suo nome è legata la rivista di fotografia d’arte Camera Work, che tra il 1903 e il 1917 pubblica immagini di una nuova generazione di fotografi americani di grande talento. Stieglitz battezza il gruppo Photo-Secession, con riferimento alla frattura prodotta in Europa dalla Secessione austriaca e tedesca. Ma a produrre la vera rottura è lui stesso e le sue fotografie e la galleria 291 che gestì con Edward Steichen e dove furono esposti in anteprima assoluta artisti europei ancora sconosciuti in America come Auguste Rodin, Paul Cézanne, Henri Rousseau, Pablo Picasso, Henri Matisse, Costantin Brâncusi, George Braque.

Stieglitz nasce nel 1864 a Hoboken, nel New Jersey, da una famiglia tedesca.
Studia ingegneria meccanica al Politecnico di Berlino dove, per la prima volta, prende in mano una macchina fotografica. Quando torna negli Stati Uniti è già un fotografo stimato e premiato nell’ambito dei cosiddetti “pittorialisti”. La sua carriera inizia in un momento in cui la tentazione di chi, da fotografo, aveva ambizioni artistiche era quella di imitare i temi e i risultati della pittura (da qui, “pittorialisti”). Nella pratica abituali dei pittorialisti, dunque: paesaggi, scene di vita quotidiana, ritratti e nature morte. Da un punto di vista contenutistico un'assoluta amatorialità lontana dal documentarismo fotografico. Dal punto di vista tecnico, un largo uso dello sfocato e privilegiavano procedimenti di stampa in cui l’intervento della mano del fotografo era riconoscibile. Insomma: prima che fotografi, volevano essere artisti. Fondando Camera Work, Stieglitz vuole portare il livello di fotografia alla pari con i risultati europei.

I grattacieli di New York, tema costante nella fotografa di Stieglitz,  immagini quasi sempre notturne, senza persone, riprese frontali dalle finestre dei propri appartamenti, riflessi. Visioni di un nottambulo. «The Flatiron è un’immagine che mostra come Stieglitz intenda la macchina fotografica come un passaporto per una realtà più alta, una forma ideale che produce un senso di rivelazione», spiega lo storico della fotografia Graham Clarke: «L’immagine è offerta come pura presenza. Vi è, per così dire, una qualità poetica della scena, una chiarezza sulla quale si fonda il suo potere come immagine a sé stante. Rimane la fotografia di un solo momento, una condizione unica, ma che il fotografo ha catturato e trasformato attraverso la gamma e la sottigliezza di una stampa in bianco e nero».

Georgia O’Keeffe pittrice, una dei migliori artisti della sua generazione. incontra Stieglitz nel 1916. Lui inizia a farle dei ritratti. Lei diventerà la sua seconda moglie. Alla fine saranno oltre 500 le immagini che scatterà di lei. «O’Keeffe resiste al tentativo di Stieglitz di provare a definirla, allo stesso modo in cui resiste ai tentativi di lui di influenzare la sua arte», spiega Clarke: «Eppure rimangono immagini incredibilmente radicali, sia in relazione alla natura del ritratto fotografico sia a come un individuo deve essere rappresentato». Il corpo della pittrice è ritratto sempre parzialmente: le mani, i piedi, il petto. Nuda o come personaggio (la moglie, l’artista, la compagna, l’amante). Come figura enigmatica, distante o interrogativa. È la personalità intima di Georgia che Stieglitz vuole ritrarre. Conosce quello che avevano fatto i cubisti con la figura umana, ma lo vuole rifare in fotografia.

Non sono gli unici ritratti che realizza. Nel suo studio si susseguono molte personalità del mondo culturale di New York. Chi lo conosce sa quanto sia forte la sua personalità e molti attribuiscono la qualità dei suoi ritratti a una sorta di potere ipnotico. “Il mio intento è di realizzare fotografie che sembrino sempre più fotografie e che non saranno viste a meno che non si abbiano occhi e si guardi, e che chi le ha viste una volta non le dimentichi mai più”, scrive Stieglitz. Dal 1922, per descrivere queste immagini, comincia a usare la parola equivalents. Erano gli equivalenti delle sue «più profonde esperienze di vita». Col tempo iniziò a concepire tutte le proprie immagini come equivalenti. L’arte era questo: l’equivalente di ciò che c’è di più profondo dentro l’animo dell’uomo. Qualcosa di simile aveva pensato T.S. Eliot quando parlava di “correlativo oggettivo”. Un’immagine che esprime uno stato d’animo in modo molto più efficace e profondo che le parole che di solito si usano per definirlo. «Voglio solamente fare un’immagine di quello che ho visto, non di ciò che significa per me», spiega Stieglitz: «È solo dopo che ho creato l’equivalente di ciò che si muoveva in me che possono iniziare a pensare al suo significato».
 
Di queste immagini la fotografa e critica Doroty Norman dirà: «Ha visto, e sentito, i momenti più fugaci della più fragile e angelica delicatezza, fusi perfettamente con i vertici più profondi, eterni e senza tempo del rapporto che l'uomo ha con tutte le cose dell'universo». La rottura con il pittorialismo è completa. Si aprono le porte a un nuovo modo di concepire la fotografia d’arte. L’inquadratura, la composizione, l’esposizione, il gioco di luci e di toni di nero. La qualità materiale della stampa, poi, è fondamentale, tanto che Stieglitz non concepisce che le proprie immagini possano essere riprodotte. Tutti questi elementi, che appartengono esclusivamente alla fotografia, diventano l’ambito della ricerca artistica.
 
Ispirazione principale della sua fotografia è la comunicazione di ciò che le cose suscitano nel profondo dell’animo degli uomini, come quella solitudine davanti alla visione del fumo che sale dai corpi dei cavalli stremati nella notte di New York ('The Terminal', scatto del 1893) o la stanchezza dei passeggeri ammassati sul ponte di terza classe e le forme dei loro corpi, nell'immagine 'Steerage', del 1907.

A cura di Paola Riccardi

Paola Riccardi
Laureata in lettere moderne a indirizzo estetico, ha collaborato stabilmente dal 1997 al 2009 con l'Agenzia Grazia Neri alla produzione e distribuzione di mostre fotografiche e alle relazioni con la Stampa. Con l'agenzia ha prodotto un centinaio di mostre. Dal 2004 è curatrice di mostre e progetti editoriali per FotografiSenzaFrontiere-onlus, per la quale cura la direzione artistica e di cui dal 2010 è vice-presidente.
Svolge attività di tutoring per fotografi per la curatela di mostre e progetti editoriali, scrive di critica fotografica per testate di settore, web e case editrici, ha partecipato a giurie di premi fotografici nazionali. Dal 2000 è curatrice della mostra e dell’archivio IngeFotoreporter di Inge Schoenthal Feltrinelli. Nel gennaio 2008 ha coordinato la mostra per il centenario di Gisèle Freund presso la Galleria Sozzani di Milano e firmato tre contributi critici nel volume Gisèle Freund Ritratti d'autore, Silvana editoriale. Nel 2010 e 2011 ha diretto il festival ColornoPhotoLife e le aste FSF Auction4Action presso Sotheby's. In ambito didattico ha svolto attività di docenza presso Accademia delle Arti e dei Mestieri del Teatro alla Scala, IED, Istituto J.Kaverdash.
Tiene regolarmente seminari e workshop in diverse città italiane.

L'incontro è riservato ai soci NESSUNO[press].